Modello biopsicosociale: un esempio

L’approccio biomedico  alla salute – che  sostiene che la malattia sia completamente spiegabile attraverso variabili biologiche misurabili – è stato il motore dell’innegabile progresso in medicina degli ultimi secoli. Ma sembra che ormai abbia fatto il suo tempo e – con lo zampino dell’OMS –  stia cedendo il passo a un modello basato su un ottica sistemica, il modello biopsicosociale.

Cosa c’è che non va nel modello biomedico?  C’è che tende a un riduzionismo dogmatico. Considerare la malattia (e la salute*) da un punto di vista strettamente fisiologico è un procedimento analitico che ci permette di concentrarci su uno degli aspetti che costituiscono il problema, ma non lo esauriscono.  Prendere la parte per il tutto ha portato la medicina verso un’eccessiva specializzazione talvolta disumanizzante.

Secondo il modello biopsicosociale quando interviene una malattia, il malato non è colpito solo a livello biologico, la malattia si manifesta come alterazione anche a livello psicologico  individuale e a livello sociale, del contesto in cui vive Quando parliamo di malattia possiamo infatti distinguere tre diversi livelli di significato:

  • Disease : la malattia in senso biomedico
  • Illness: il vissuto personale della malattia
  • Sickness: il vissuto sociale della malattia

 

Come funziona il modello biopsicosociale in pratica.

Facciamo un esempio facile facile:  l’ epilessia.

Esistono diversi tipi di epilessia,  con manifestazioni molto diverse tra loro, diverse eziologia e prognosi. Quello che accomuna tutte le epilessie è il cortocircuito delle cellule nervose che dà il via nel cervello a una scarica elettrica non controllata, la crisi.

Sul piano biomedico si indagano le cause – attraverso esami specifici, l’osservazione e i racconti dei pazienti e di chi ha assistito alle crisi –  e si sceglie una terapia specifica, generalmente farmacologica , che andrà seguita con attenzione per tutta la vita.

L’epilessia ha un forte e inevitabile impatto sociale:  lo stigma e il pregiudizio sono le peggiori minacce per la qualità della vita di chi ne soffre. Bassa scolarità, disoccupazione, difficoltà nella vita di coppia, scarsa autonomia nella vita quotidiana  sono conseguenze non “biologicamente” connesse con la patologia, ma con una ricaduta sociale molto evidente.

Le particolari caratteristiche con cui si manifesta l’epilessia, il significato percepito da chi ne soffre e l’azione dello stigma, possono sfociare in un disagio psicologico che spesso coinvolge anche le famiglie.

Come interagiscono questi 3 piani? In maniera complessa e spesso circolare, ciascuno dei 3 livelli può influire sull’altro. Per esempio, il disagio psicologico può essere causa di problemi scolastici ma anche di una scarsa aderenza alla terapia.

E quindi come si interviene concretamente nella cura secondo il modello biopsicosociale?
Sintetizzerei con: approccio sistemico, team interdisciplinari, dialogo tra tutti gli attori del percorso di cura, attenzione al vissuto del paziente e delle figure accudenti, educazione e informazione pubblica.

 

*Perché quando si parla di salute, si finisce sempre per parlare di malattia, lo racconto un’altra volta

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