3 volti della Medicina Narrativa

Come ho detto all’inizio di questo blog, la Medicina Narrativa è una realtà complessa, un cappello sotto cui, più o meno correttamente, vengono catalogate tante cose diverse.

A distanza di qualche mese, mi sembra di aver individuato quelle che definirei  3 volti della Medicina Narrativa, 3 modi di intenderla e di metterla in pratica.

Il primo modo è quello umanistico-letterario. E la modalità proposta da Rita Charon. La narrazione è concepita come strumento di umanizzazione, contro la progressiva disumanizzazione verso cui starebbe procedendo l’arte medica. Un ruolo fondamentale in questa modalità la svolgono il contatto umano e la relazione faccia a faccia, ma anche l’approfondimento letterario e “artistico” in senso lato (letteratura, cinema, fiction, ecc) che servono a rendere più sensibili, empatici e recettivi.

Il secondo approccio è quello che definirei di ricerca osservazionale. In questa modalità le narrazioni sono considerate materia di studio ad integrazione dei dati della EBM (Evidence Based Medicine). Si raccolgono le storie dei pazienti per analizzarle, con metodi scientifici e di analisi qualitative, al fine di trarne informazioni – sulla qualità delle cure ricevute, sui vissuti psico-sociali, sulle strategie di coping, ecc – utili a migliorare i percorsi di cura. È la modalità, per esempio, del progetto Viverla Tutta.

Il terzo approccio è invece applicativo. La narrazione è concepita come strumento  utile a migliorare la pratica di lavoro del medico e dell’operatore sanitario nella sua concretezza e quotidianità. È la modalità del progetto S.T.oRE, per fare un esempio, e in generale delle cartelle parallele. Questo approccio è anche quello che sembra più aperto anche all’utilizzo dei New Media e delle nuove tecnologie.

Questi 3 volti non sono totalmente distinte, ma, nella complessità della Medicina Narrativa, si intrecciano. Tutte a 3 le modalità prese singolarmente rischiano di essere modalità parziali e zoppe.

Il rischio del primo metodo, quello umanistico, è di perdersi un po’ nella poesia – mi verrebbe da dire, nell’utopia – e non considerare gli aspetti concreti e le difficoltà tutte pratiche di questo processo di umanizzazione. Il rischio dell’approccio di ricerca è quello di perdere il contatto diretto con le persone, mantenendo solo quello con le narrazioni. Il rischio dell’approccio pragmatico è di perdere un po’ la poesia:)

 

 

 

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