Bioetica e narrazioni

Bioetica narrativa: ne ha parlato durante il secondo modulo del master ISTUD in Medicina Narrativa, Maria Vaccarella del Centre for Humanities and Health del King’s College di Londra.

Cosa c’entrano le narrazioni con la bioetica? Non scherziamo, qui si tratta di questioni serie, di vita e di morte, di responsabilità, non di favolette… se la pensate così, vorrei provare a farvi cambiare idea

Che cos’è la bioetica
Prima difficoltà: una definizione univoca e condivisa di bioetica è davvero difficile da trovare. Si parla di una disciplina-ponte in cui le scienze della vita e della salute (biologia e medicina) si incontrano e dialogano con l’etica (Van Rensselaer Potter, 1970).

Perché la necessità di una disciplina nuova e specifica?  Il progresso della scienza  e della tecnologia ha messo l’uomo in condizione di compiere azioni impensabili fino al secolo scorso, facendo emergere nuovi interrogativi etici o ponendo sotto una nuova luce i vecchi. Eutanasia e aborto, per esempio, sono tematiche di cui tratta già il giuramento di Ippocrate, ma gli strumenti e le conoscenze di cui disponiamo oggi spostano il dibattito su un altro piano.
Problemi completamente nuovi sono quelli che riguardano le conseguenze del nostro agire tecnologico sull’ecosistema o sull’intera umanità, i temi dell’ecologia, della sostenibilità. Pensate ad esempio a tutti i dilemmi che possono emergere dalla genetica: Ippocrate probabilmente non ci aveva pensato, ma si tratta di temi che si estendono oltre i confini della deontologia medica.

La scienza non fornisce risposte agli interrogativi etici, anzi la scienza stessa non è mai assiologicamente neutra cioè non riguarda fatti puri, privi di connotazioni valoriali. Quali sono i valori connessi alla cultura tecnologica in cui siamo immersi?

La bioetica ha bisogno del supporto delle scienze umane, della filosofia, dell’antropologia, e della sociologia, perché da sola non ha gli strumenti sufficienti a trovare risposte che stanno al di fuori del suo campo d’indagine.

Solo le narrazioni danno conto della complessità

Mentre la bioetica dibatte, sui principi, su cosa sia giusto, equo o sostenibile, il medico si trova di fronte al signor Luigi, novantenne in vita grazie alla tecnologia medica, e ai suoi familiari che chiedono di lasciarlo morire. La realtà è sempre più complessa, di tutte le sistematizzazioni di cui il nostro pensiero è capace. Guardare negli occhi la sofferenza degli altri e la propria mette in gioco una quantità di aspetti esistenziali che vanno ben oltre il dibattito sui principi. La scelta, per quanto ponderata, è sempre un salto nel buio.

E qui entrano in gioco le narrazioni: le narrazioni sono il collante che tiene insieme tutti gli elementi: i dati scientifici, indispensabile fonte di informazione per la bioetica, i principi/valori, i propri e quelli del paziente, e la singolarità e irripetibilità della persona e della situazione.

Medicina, antropologia filosofica, sociologia, etica, politica hanno tutte come oggetto l’uomo ma utilizzano metodi e punti di vista diversi e parziali. Solo la narrazione ha come oggetto l’uomo concreto, l’individuo, quello che cammina per la corsia di ospedale o che è in un letto collegato a un respiratore.

Bioetica e letteratura
Da Huxley a Gattaca, quanto ha esplorato la fantascienza in termini di bioetica? Arrivando prima della scienza, ha anticipato problemi etici che oggi sono diventati imprescindibili.
L’arte, la letteratura, il teatro, il cinema  e persino le serie televisive, da ER a Scrubs, ci mettono di fronte a situazioni complesse, a veri e propri conflitti valoriali.  Ci pongono di fronte all’interrogativo: cosa avrei fatto io al suo posto. E lo fanno mettendo in scena informazioni scientifiche, ma anche emozioni, valori, risvolti sociali ed economici e vissuti personali. Ci costringono a metterci nei panni di chi affronta il dilemma della scelta. Ci allenano a mettere in dubbio le nostre certezze e a sperimentare punti di vista altri.

Una piccola riflessione personale

A mio avviso, mettersi nei panni degli altri non dimostra che tutte le opzioni sono uguali. Significa invece prendere consapevolezza che la  conoscenza e le  scelte umane sono limitate, che non abbiamo gli strumenti necessari per raggiungere la certezza, che spesso non siamo guidati dalla razionalità e sbagliamo. Tutti.
Ma tutti procediamo per continue approssimazioni, erranti, con umiltà e rispetto, nella ricerca di ciò che è giusto.

Foto epSos.de,  opera di Efraïm Rodriguez Cobos

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