Medical Humanities: la lezione dell’archeologia

Nelle scorse settimane ho trascorso qualche giorno di vacanza in Sardegna e tra un tuffo e l’altro ho trovato il tempo per visitare un museo.  Al  Museo Archeologico di Cabras sono esposte alcune statue di epoca neolitica, I giganti di Mont’e Prama. “Esposte” non è forse il termine più corretto, preferirei dire che sono narrate.  Per capire di cosa parlo, vi chiedo lo sforzo di leggere alcuni dei pannelli che ho fotografato, nonostante la qualità non proprio ottimale.

pannello1

pannello2   pannello 3L’incontro potrà avvenire se ci predisporremo ad esso con autenticità” recita il pannello iniziale, spiegando che l’esposizione comincia proprio da questa nuova storia, costruita nell’interazione tra la storia dei Giganti e la storia degli archeologi che lavorano agli scavi (e quella dei visitatori del museo).

Ho pensato: non vale lo stesso nell’incontro tra medico e paziente?
C’è una lezione che la medicina può imparare dall’archeologia?

Indubbiamente fa parte della mia fissazione per la Medicina Narrativa vedere ovunque tracce di pensiero narrativo e connessioni anche con realtà molto distanti dai temi della salute.

Tuttavia non è così bizzarro pensare che una disciplina come l’archeologia , ma anche la storia, la letteratura, l’antropologia, la sociologia e le altre scienze umane, abbiano qualcosa da insegnare ai medici e a tutti coloro che si occupano di salute.  Siamo nell’ambito delle  Medical Humanities,  discipline che hanno uno statuto epistemologico interpretativo-narrativo, di contro all’epistemologia logico-formale delle scienze “dure”.
Ma lasciamo per un attimo da parte le definizioni e torniamo al museo archeologico
Qual è dunque questa lezione dei Giganti di Mont’e Prama per i medici?

  1. Consapevolezza
    Nella relazione medico e paziente, il medico non è mai un osservatore esterno e neutrale. La sua storia entra in relazione con quella del paziente e, come gli archeologi di Mont’e Prama, può disporsi con autenticità all’incontro solo se possiede questa consapevolezza.
  2. Ascolto e co-costruzione
    Non basta mettere insieme i pezzi estratti dagli scavi, senza ascoltare attentamente la voce di chi abbiamo di fronte. Si rischia di inserire la tessera in un mosaico del tutto estraneo al paziente. Insieme medico e paziente, possono riuscire a inserire la tessera costruendo un mosaico, efficace e significativo per quel paziente specifico.
  3. Rispettare le distanze
    Il dialogo tra medico e paziente è un dialogo tra due culture, due narrazioni diverse e spesso distanti. A volte la distanza tra medico e paziente è persino superiore a quella che c’è tra un archeologo contemporaneo e un guerriero dell’età del bronzo.

Potrei sintetizzare con: l’esperienza di visita a questo museo è servita per approfondire alcune delle fantomatiche competenze narrative.

Il medico, come l’archeologo, raccoglie reperti (anzi no referti) e testi da interpretare: anamnesi,  risultati di esami ed analisi e le parole, i vissuti del paziente. Troverà qual è la malattia “vera”? Quale sarà la diagnosi oggettiva e indubitabile?  Scoprirà la verità?

Il processo conoscitivo con cui si giunge a una diagnosi e alla scelta della terapia è un processo interpretativo-narrativo, come quello dell’archeologia.  Non scopre la verità, costruisce significato.

Torniamo di nuovo al museo archeologico.
Mentre visitavamo il museo ho assistito a una piccola diatriba tra un bambino e il suo papà su che cosa fossero “davvero” i nuraghi.  Il bambino fresco di studi elementari sosteneva che non ci fosse una teoria certa , il padre che fossero abitazioni: chi aveva ragione?

Il fatto è che vero o falso, giusto o sbagliato esistono (forse) in matematica, ma non certo in storia.
I nuraghi erano torri difensive per i popoli del neolitico, nella tarda età del bronzo erano edifici amministrativi; erano depositi per il grano per i contadini di epoca romana; erano ripari per la pioggia per i pastori nel medioevo; erano un cumulo di sassi da riciclare per i muretti a secco; erano una scocciatura per gli operai che lavoravano alla nuova strada statale. Per gli archeologi contemporanei sono un mistero da studiare. Sono un passatempo tra un tuffo e l’altro per i turisti.
Tutte queste affermazioni sono verosimili, nessuna è falsa*.

Il fatto che quella che chiamiamo malattia sia un modo, sia pure altamente efficace, di connettere i sintomi ci ricorda che, per quanti vantaggi esso apporti, non è l’unico modo possibile. Il malato può connetterli diversamente;  e  culture diverse li connettono in modo differente, costruendo concetti che a noi paiono privi di senso.
(G. Bert,  Medicina Narrativa, Storie e parole nella relazione di cura)

 

*ad onor del vero(-simile), alcune me le sono inventate di sana pianta, a titolo di esempio e senza alcun fondamento storico

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