Storie di caos nel presente dei social

Durante il suo intervento al Congresso “Storie che curano” e nel suo blog, Paolo Costa – giornalista, docente universitario e co-fondatore di Twletteratura – ha evidenziato la problematicità che i social network presentano rispetto al tema del tempo: un eterno presente, fatto di istanti senza diegesi, che si moltiplicano con un’ansia additiva, perdendosi poi nel flusso della timeline. Onde.

Quello che mi ha colpito è l’analogia con quelle che, in medicina narrativa, A.W. Frank ha definito storie di caos: «Stories are chaotic in their absence of narrative order. Events are told as the storyteller experiences life: without sequence or discernable causality.» Le storie di caos sono caratterizzate da strutture sintattiche additive “e poi e poi e poi”: praticamente una timeline. Nel presente della malattia, nel presente della sofferenza non c’è spazio per la narrazione: “Lived chaos makes reflection, and consequently, storytelling impossible”.

Ipotizzo: l’eterno presente dei social non potrebbe essere proprio lo spazio in cui si esprimono queste voci?
Sono voci che non articolano una storia, ma voci che urlano: ci sono anche io! Ricercano, prima che di ricostruire la propria identità dopo la rottura costituita dalla malattia, di essere riconosciute come presenti. Senza una forma, cercano di rompere la solitudine in cui la malattia le sta sprofondando. Sono onde che si infrangono e riverberano l’una nell’altra.

Nel mio piccolo posso portare l’esempio della raccolta di storie sulla PMA. Nel post che ho promosso su Facebook ho avuto una buona risposta, soprattutto in termini di commenti. Le ragazze si raccontavano in poche righe, proprio nei commenti. Ma nel momento in cui le ho invitate a partecipare alla ricerca con un racconto più articolato, la risposta è stata sintetica ed eloquente: “Ti ringrazio. …ma va bene così. …”

In un forum dedicato all’infertilità ho cercato di indagare sulle motivazioni della non-adesione alla raccolta storie. Anche qui la risposta è stata molto chiara: chi sta vivendo questa esperienza è travolta nel turbinio degli eventi, non riesce a fermarsi a riflettere e narrare. E chi ne è già uscita sta affrontando l’altrettanto grande stravolgimento della nuova vita da mamma. “The teller of chaos stories is preminently the wounded storyteller, but those who are truly living the chaos cannot tell in words.”

Però nei forum si raccontano eccome. Ma come?
Si raccontano in tempo reale alle  “sorelle” che condividono lo stesso presente di sofferenza, per ricevere sostegno, sempre in tempo reale, magari con continui aggiornamenti sull’andamento della terapia o sull’esito di un pickup o di un transfer. (A queste analisi, come già detto vorrei dedicare più tempo in un prossimo post).

Non c’è l’esigenza di narrare una storia, ma solo richiesta di solidarietà e condivisione.

Questa voce che riescono ad esprimere nei social, anche se non è ancora una vera e propria narrazione, manifesta la ricerca di qualcuno che ascolti, di qualcuno che conforti: in questo senso siamo già un passo avanti rispetto alle narrazioni di caos che invece chiudono la persona sofferente in un isolamento tragico, nell’abisso dell’incomunicabilità. Sui social questo non avviene: non c’è narrazione, ma c’è comunicazione.

Due parole sul silenzio

“Ultimately chaos is told in the silences that speech cannot penetrate or illuminate”.
Si è parlato anche del silenzio, durante il congresso, come si può manifestare il silenzio nei social network. Butto lì una provocazione:  l’abuso costante dei puntini di sospensione (che tanto ci irrita) nella grammatica dei social, non potrebbe essere un appello a quel silenzio che va oltre la parola?

 

Bibliografia
A.W. Frank, The Wounded Storyteller: Body, Illness, and Ethics. Chicago: The University of Chicago Press, 1995

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