La campagna nastro rosa fa bene alla prevenzione?

Il mese di ottobre, ormai lo sappiamo tutti, è all’insegna della prevenzione del tumore al seno. Cadono le foglie e fioriscono i Nastri Rosa. Lo sappiamo tutti perché se ne parla tanto e da tanto. Lo sappiamo tutti perché “prevenire è meglio che curare” ci è entrato nel cervello come la sigla del Pranzo è servito.

Anche io in passato ne ho parlato in qualche articolo: poteva una testata femminile (come quella per cui scrivevo) non promuovere e schierarsi a favore di una campagna di awareness sul tumore al seno? Certo che no, perché il tumore al seno non è semplicemente un tumore, è nell’immaginario un attacco alla femminilità stessa.

Ho sempre dato per scontato che il nastro rosa facesse bene alle donne. Oggi però qualche dubbio in più ce l’ho.

Pinkwashing e informazione corretta

Il movimento per la prevenzione del tumore al seno parte dal basso, ma il marketing ne ha presto colto le potenzialità simboliche e se ne è appropriato: si chiama pinkwashing il fenomeno per cui le aziende sposano la causa del pink ribbon come strategia di promozione, pur continuando a commercializzare prodotti potenzialmente cancerogeni.
E’ una questione di etica, di coerenza con i valori millantati, di conflitto di interessi, di sporco business. E’ una porcata, va bene, ma alla fine comunque si sta trasmettendo un messaggio corretto. O no?

Il rischio di campagne come quella del nastro rosa è di semplificare il messaggio fino a renderlo erroneo o quantomeno parziale. Le critiche alla campagna si possono sintetizzare in 3 punti:

  1. Prevenzione e diagnosi precoce non sono la stessa cosa
    Detto in parole povere: non è che se fai tanti esami non ti ammali. Certo, messa così sembra ridicola, chi volete che lo intenda così? Eppure l’accostamento di questi due concetti porta alla confusione, magari soltanto a livello subconscio. Un po’ come quando compriamo una maglietta a 29.99 euro invece che a 30 euro e ci sembra di aver fatto un affare, ci sentiamo la coscienza a posto, non è che mi servisse ma tanto ho risparmiato.
    La diagnosi precoce rientra nella prevenzione secondaria ed è legata a una minore mortalità: scovo il tumore quando è nelle prime fasi ed intervengo prima che sia troppo tardi.
  2. Il rischio di sovradiagnosi
    Peccato che la comunità scientifica non sia unanime nel giudicare l’utilità di questi screening. Perché siano considerati efficaci gli screening devono portare a una riduzione della mortalità, non a un aumento delle diagnosi:  il nostro corpo sviluppa di frequente tumori che regrediscono spontaneamente, senza nemmeno che ce ne accorgiamo. Per questo uno screening più ampio porta certamente a un aumento di diagnosi. Ma non tutte le diagnosi necessitano di interventi e terapie. Bisogna fare il bilancio tra le vite salvate grazie alla prevenzione secondaria e i trattamenti inutili e dannosi, causati dalla sovradiagnosi. Calcolando anche l’impatto psicologico, già che ci siamo.
    Come dicevo, su questo tema non ci sono ancora certezze dirimenti. Ma noi soffermiamoci soltanto sul problema di comunicazione legato alle campagne nastro rosa: il messaggio semplificato che rischia di passare è  ‘prima si inizia con le mammografie meglio è’.
  3. I rischi delle radiazioni
    E qui arriviamo al terzo punto. E se le mammografie facessero male? Cosa dice la scienza? Cito dal sito dell’AIRC (più sotto trovate il link all’articolo): “Anche se la dose di raggi è molto bassa, la Cochrane Collaboration, uno degli enti di revisione della letteratura scientifica più accreditati al mondo, ha stimato che troppe mammografie possono costituire un fattore di rischio per via della dose di raggi assorbita. Per “troppe” si intende una cadenza annuale, magari fin da un’età giovanile (40 anni) e protratta oltre il limite raccomandato dei 69 anni, mentre non sembra esserci pericolo con le indicazioni attuali (una mammografia ogni due anni tra i 50 e i 69 anni).


E quindi?
Quindi scelta informata: che significa costruire un dialogo (e una relazione) reale e concreto tra medici/ricercatori e cittadini. Non vorrei che tra qualche anno ci trovassimo a parlare delle mammografie come oggi si parla dei vaccini, con contrapposizioni fanatiche e incapacità di dialogo in entrambi gli schieramenti.

“We are not saying mammograms are bad—they are an important tool—but that an individual should make an informed choice about if and when to have one. And a greater emphasis should be placed on educating women about the choices they have, and also the risks associated with being overdiagnosed and overtreated.”

Ci sono le evidenze scientifiche, ci sono gli interessi delle aziende che vendono i fiocchetti rosa e la strumentazione per gli esami, ci sono i benefici della prevenzione secondaria e ci sono anche i rischi.
Creare spazi di dialogo e confronto è ora forse più importante che appuntarsi un fiocchetto sulla foto profilo di facebook

Storytelling, comunicazione scientifica e  le tette della Tatangelo

Vorrei specificare una cosa: non sto dicendo che nella campagna Nastro Rosa si faccia dell’informazione scorretta, ma che semplificare troppo il messaggio mette a rischio di interpretazioni scorrette. Su quanto sia volontario o meno questo facilitare interpretazioni scorrette non mi sbilancio.

Fare informazione scientifica è difficile. In genere le persone – io per prima, lo ammetto – non hanno voglia, tempo e strumenti per approfondire la letteratura scientifica. Ma se lo fai di mestiere, giornalista o redattore scientifico, fa parte delle tue responsabilità verificare le fonti, approfondire e operare sintesi efficaci e non riduttive.

Ma quello che è ancora più difficile – e necessario – è comunicare la complessità della malattia, in tutte le sue dimensioni. Gli strumenti ci sono e quando ben utilizzati sono davvero dirompenti: si chiamano narrazioni.
Forse le tette della Tatangelo per la campagna di quest’anno della LILT non sono state un’idea geniale – con tutto il pasticcio che ne è venuto fuori – ma non perché si tratta della Tatangelo e nemmeno perché è un’immagine troppo ammiccante. No, non per questo. Perché, forse, invece che delle solite testimonial servono testimonianze, invece che tette, voci.
E, notate bene, queste voci, online, ci sono già: lo storytelling nel web 2.0 non lo fa la Tatangelo, ma si co-costruisce.


Se l’obiettivo è parlare alle giovani di prevenzione, quante storie possono arricchire questa narrazione piuttosto che non l’unica voce della Tatangelo che dai manifesti ci comunica “la prevenzione deve diventare uno stile di vita”.

Susan Sontag, nel suo saggio Illness as metaphor, condannava l’uso della metafora della ‘guerra al cancro’, perché le metafore sono strumenti potenti e potere può significare anche oppressione. Se quella contro i tumori è una guerra ne consegue che chi soccombe non stava lottando abbastanza.
Dare spazio alle storie di chi ha vissuto sulla sua pelle la malattia è l’opportunità per far emergere metafore nuove e più accoglienti.

La comunicazione e la sensibilizzazione – anche nelle campagne di marketing sociale – oggi si fa con la conversazione. Esempi ce ne sono tanti, prendiamo spunto

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