Lo sguardo medico e le Medical Humanities

L’antropologo Byron Good racconta, all’interno del saggio Narrare la malattia,  il percorso che svolgono gli studenti di Medicina ad Harvard, un percorso che li porta a entrare nel mondo della medicina “un mondo a sé di esperienze, pieno di oggetti che semplicemente non fanno parte della nostra vita quotidiana. Imparare la medicina significa sviluppare la conoscenza di questo mondo della vita distinto e richiede l’ingresso in un sistema di realtà a sé”.

La medicina trasforma il modo di vedere il corpo umano, gli attribuisce un nuovo significato e un nuovo modo di interagire con esso. Le testimonianze degli studenti raccolte da Good  raccontano proprio come avviene questo processo, attraverso l’insegnamento della biologia, dell’istologia, dell’anatomia e del linguaggio medico che costruisce i suoi oggetti.

Attraverso la refertazione, la storia di malattia viene riscritta in termini biomedici e viene narrata agli altri medici: il paziente diventa un progetto di cura. Come descrive la testimonianza di questo studente:

“Tu non sei lì per parlare delle persone, avere notizie sulla loro vita e assisterli. Non sei lì per questo. Sei un professionista e ti sei preparato per interpretare le descrizioni fenomenologiche del comportamento in termini di processi fisiologici e fisiopatologici. Hai quindi la sensazione che se provi a narrare la storia veramente la storia di qualcuno, i superiori si arrabbino; sono seccati con te perché sembri non venire al dunque;[…] Ciò che devi presentarmi è il materiale su cui dobbiamo lavorare”

La narrazione della malattia della medicina biomedica è solo una delle possibili narrazioni della malattia. Non a caso lo studente citato sopra  parla di “interpretare”.

Quando la narrazione biomedica si confronta con la narrazione del paziente, spesso è necessaria una “traduzione” (per non parlare della decrittazione necessaria per leggere la scrittura di un medico). La narrazione di cui il paziente è portatore è una narrazione che parla di corpo vissuto, di esperienza incarnata, non del corpo medico.
Come fare ad intendersi? Nella relazione medico-paziente non è in gioco solo un problema linguistico, ma culturale
Spesso il medico impone la sua narrazione al paziente, ma poi qualcosa non funziona: perché quella narrazione è estranea al paziente e non tiene conto di aspetti e spiegazioni che per il paziente sono fondamentali. La spiegazione biomedica non risponde a tutte le domande. E allora il paziente abbandona le terapie o se ne va in cerca di un secondo parere o preferisce medicine “alternative”.
Oppure la narrazione risulta inadeguata al fenomeno descritto: quando non è in grado, per esempio, di individuare la causa della malattia o quando non è possibile più alcun intervento biomedico, ma permane la necessità della cura.

Le Medical Humanities

Che cosa manca a questo tipo di formazione? Manca la consapevolezza di essere portatori di uno sguardo peculiare sulla malattia, fatto anche di competenze, informazioni, di strumenti e di pratiche, ma parziale. La costruzione del corpo medico come oggetto della conoscenza, rischia di di perdere di vista che quel corpo-oggetto è anche corpo-soggetto con cui il medico, a sua volta soggetto, si sta relazionando, che la guarigione del corpo non è la guarigione, che la cura non è soltanto ripristinare un funzionamento biologico.
Manca il riconoscimento del valore della narrazione del paziente, la capacità di accoglierla e interpretarla. Manca l’insegnamento della co-costruzione di un therapeutical emplotment 

Ma la medicina stessa, già a partire dagli anni 60, ha preso consapevolezza di queste carenze, legate anche a un’eccessiva tecnicizzazione, e ha sviluppato alcuni anticorpi per riportare l’uomo al centro dello sguardo medico e della formazione dei futuri medici: le Medical Humanities

Le Medical Humanities servono per imparare a comprendere gli esseri umani nella loro specificità e unicità – Rita Charon

A cosa serve insegnare arte, cinema, letteratura, scrittura creativa ai futuri medici? Potrebbe sembrare una perdita di tempo – come nella testimonianza dello studente di medicina riportata più sopra – o potrebbe sembrare un generico e idealistico tentativo di “umanizzazione” della medicina.
E invece si tratta di favorire uno sguardo diverso sull’esperienza della malattia e sul senso della professione medica che va ben oltre a una generica filantropia. Le Medical Humanities forniscono strumenti e competenze necessari a un buon esercizio della pratica clinica.
Se nei corsi tradizionali si impara a scavare a fondo nel corpo-medico, incidendone la pelle e analizzandone le più minuscole componenti, è un’altra la profondità proposta dalle Medical Humanities.

Come scrive Lucia Zannini, docente di pedagogia presso la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano “Poiché un vissuto di malattia non può essere spiegato scientificamente, ma solo compreso nella sua singolarità, le medical humanities hanno la finalità di sviluppare capacità osservative, interpretative e di costruzione di significato dell’esperienza di malattia, aiutando i professionisti della cura a connettere le esperienze altrui con le proprie e a sviluppare quindi capacità di confronto e di introspezione”.

 

 

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