Storie di medici online

Quando si parla del rapporto dei medici con il digital, il mio pensiero corre subito al mio medico di base, notoriamente persona pacata e gioviale,  che sbotta in imprecazioni violente contro il suo pc ogni volta che deve stampare una ricetta o recuperare il codice di una prescrizione.

Con le dovute eccezioni, però, bisogna dire che i medici, hanno imparato a conoscere le opportunità della rivoluzione digitale.
I medici sono presenti online: si aggiornano con youtube, aderiscono a social e community per confrontarsi con i colleghi, ricevono newsletter dalle più prestigiose testate scientifiche, offrono consulti online, comunicano con i pazienti via email o whatsapp, curano la propria web reputation e prescrivono anche mobile app.

Il professionista-medico utilizza internet e il web per svolgere meglio il suo lavoro. Ma l’uomo-medico si racconta online?

L’identità segreta del medico

A cosa servono le storie? A creare identità: a dire al mondo chi siamo, quali sono i nostri valori, come la vediamo noi dal nostro punto di vista, qual è la nostra interpretazione dei fatti. A rafforzare il legame sociale:  creare identificazione, a rafforzare il legame sociale tra chi condivide quel racconto e quei valori.

E il medico?
Se il racconto serve a costruire l’identità, alcuni interessanti progetti di digital storytelling nascono e vengono abbracciati laddove il medico sente l’esigenza di costruire un’ identità che non sia soltanto professionale, ma che possa ricomprendere l’intera persona dietro al camice.

Oppure quando la sua identità viene minacciata: allora la funzione sociale del web, la community, diventa il luogo di un riconoscimento sociale indispensabile per non lasciarsi definire dall’esterno, dal racconto degli altri.
Qualche esempio.
La campagna #ILookLikeASurgeon , contro gli stereotipi di genere (ma non solo) che riguardano i chirurghi. L’invito a descriversi in 6 parole di #‎specialtiesin6words‬ per reclamare con ironia la specificità e il valore di ciascuna specialità.

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I futuri medici e specializzandi di AspiringDocDiaries e di In- Training che stanno definendo la loro identità e il senso della loro scelta.

Blog divenuti autorevoli come www.kevinmd.com raccolgono voci di medici e di pazienti, ma online ci sono anche altre forme di narrazione, per esempio i fumetti .

Un tema che investe – nel senso di un frontale con un camion – l’identità del medico, è quello del fine vita. Se il medico è ancora raccontato come colui che cura dalle malattia, come “guaritore” cosa succede quando la guarigione non è più possibile? Cosa succede di fronte alla morte? Serve una narrazione diversa per raccontare una complessità che non si può negare. E così si moltiplicano le narrazioni  sul tema del fine vita, per esempio qui  qui.

Per umanizzare la medicina bisogna umanizzare i medici, o meglio lasciar loro la possibilità di raccontarsi come esseri umani. Chi indossa il costume da Superman per salvare Lois Lane è sempre il remissivo e timido Clark Kent. Chi indossa il camice per  curare le vite è una persona, non un supereroe. Ha una sua vita, la sua famiglia, i suoi colleghi, le sue frustrazioni, le sue paure, le sue pile di scartoffie da compilare. Chissà se Clark Kent mentre è in procinto di salvare il mondo, si ricorda con un fremito di ansia che non ha ancora scritto l’articolo per il Daily Planet che avrebbe dovuto consegnare ieri (NdA Scopro ora, cercando di confermare la mia memoria del nome del giornale di Superman, che esiste anche una serie di fumetti dal titolo The Private Life of Clark Kent).

Raccontare questa storia aiuta a collocare quel camice in un contesto più ampio. Un po’ come quando, crescendo, finalmente ci accorgiamo che i nostri genitori sono persone come noi e non soltanto genitori. Ecco, se la medicina è stata guidata da una forma di paternalismo, ora è il momento in cui il paziente è in grado di riconoscere al medico la sua umanità al di là del ruolo genitoriale. Il medico che si racconta come persona oltre che come medico riconosce l’adultità al suo lettore e forse al suo paziente.

Salvare vite con un racconto

On my morning drives to the hospital, the tears fell like rain. The prospect of the next 14 hours – 8am to 10pm with not a second’s respite from the nurses’ bleeps, or the overwhelming needs of too many sick patients – was almost too much to bear. But on the late-night trips back home, I’d feel nothing at all. Deadbeat, punch-drunk, it was utter indifference that nearly killed me. Every night, on an empty dual carriageway, I had to fight with myself to keep my hands on the steering wheel. The temptation to let go – of the wheel, the patients, my miserable life – was almost irresistible. Then I’d never have to haul myself through another unfeasible day at the hospital.

Queste parole sono tratte da un articolo del Guardian uscito a gennaio, un articolo che parla dell’epidemia di suicidi tra i giovani dottori. si colloca in una narrativa più ampia, quella dello sciopero – il primo in 40 anni – dei medici inglesi  “per i lunghi turni di lavoro e gli stipendi giudicati troppo bassi”. Queste le parole dell’ANSA , ma il frame narrativo della protesta è un altro: a queste condizioni di lavoro è la salute dei pazienti ad essere a rischio, è il Servizio Sanitario ad essere messo in discussione. Una narrazione che costruisce solidarietà e rafforza un legame sociale con un gruppo più ampio di persone che include non solo i medici, ma anche gli operatori sanitari, i dipendenti pubblici e i pazienti stessi

Ma torniamo al problema dei suicidi, che non è un fenomeno soltanto inglese: negli Stati Uniti, Pamela Wible ha una sua diagnosi:  “Burnout is bullshit. The fact is medical students and physicians are collapsing because they are suffering from acute on chronic abuse”.

Sotto al camice sono i medici ad essere malati e bisognosi di cure. Se non si curano i medici, chi si curerà di noi?
Chi salverà la vita privata di Clark Kent? Forse un fumetto.

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