La guerra tra ricerca qualitativa e quantitativa in medicina

La fiducia nei numeri

“Epidemiologist Nick Black has argued that a finding or a result is more likely to be accepted as a fact if it is quantified (expressed in numbers) than if it is not. There is little or no scientific evidence, for example, to support the well known “facts” that one couple in 10 is infertile, or that one man in 10 is homosexual. Yet, observes Black, most of us are happy to accept uncritically such simplified, reductionist, and blatantly incorrect statements so long as they contain at least one number.”
Trisha Greenhalgh How to read a paper: Papers that go beyond numbers (qualitative research)BMJ 1997

Il senso comune, nella nostra cultura almeno,  tende a identificare i numeri con i fatti, con la Verità, se un’affermazione è corredata da “numeri” acquisisce maggiore credibilità, anche se questi numeri sono buttati lì a caso, senza la premura di verificare le fonti e la credibilità della ricerca cui si fa riferimento.
I media e i social media offrono fantastici esempi di “numeri” che assumono lo statuto di verità incontestabili ovvero di leggende metropolitane.
“L’efficacia comunicativa del linguaggio verbale è limitata al 7% contro il 93% del non verbale” : quante volte l’abbiamo letto, sentito dire, ripetere e insegnare nei corsi di comunicazione? Un’amica, ricercatrice in linguistica, mi diceva che, stufa di sentire ripetere questa verità “provata”, ha è risalita alla ricerca cui fa riferimento, uno studio del 1972 (Mehrabian, 1972) la cui interpretazione “mitologizzata” (strumentalizzata?) è stata sconfessata dal suo stesso autore, che scrive: “Vi prego di notare che questa e altre equazioni riguardanti l’importanza dei messaggi verbali e non verbali sono state ricavate da esperimenti che si occupano della comunicazione di sentimenti e atteggiamenti (ad esempio, simpatia-antipatia). A meno che un comunicatore non stia parlando dei suoi sentimenti e atteggiamenti, queste equazioni non sono applicabili”.
Quanti di voi hanno fatto lo stesso percorso di ricerca e verifica su questi dati? Io personalmente, non l’avevo mai fatto. E bastava davvero poco: la citazione sopra è presa da Wikipedia. Certo Wikipedia non è sicuramente la fonte più accreditata, ma un punto di partenza  per approfondire ulteriormente, verificando la letteratura scientifica più recente. Di certo, valutare questi numeri e questa interpretazione come una “certezza matematica”  rivela una certa superficialità.  Anche perché quando parliamo di certezza matematica parliamo di tutt’altra cosa (epistemologicamente).

Ma fin qui stiamo parlando di senso comune. Questa irrazionale fiducia nei numeri non appartiene alla comunità scientifica, più consapevole dei bias cognitivi, attenta all’applicazione del metodo scientifico e capace di interpretare il significato dei numeri.

Ricerca quantitativa e qualitativa: la posizione del British Medical Journal

Il 10 febbraio scorso è comparsa sul BMJ una lettera aperta, firmata da 76 ricercatori universitari, che invitava l’editore a riconsiderare la policy rispetto alla pubblicazione di ricerche qualitative,  spesso rifiutate in quanto “low priority”.

Ne è scaturito un pungente botta-e-risposta sul giornale e un animato dibattito  su Twitter, con l’hashtag #BMJnoqual  con cui si rivendica l’importanza e il valore della ricerca qualitativa in medicina.

“Qualitative studies help us understand why promising clinical interventions do not always work in the real world, how patients experience care, and how practitioners think. They also explore and explain the complex relations between the healthcare system and the outside world, such as the sociopolitical context in which healthcare is regulated, funded, and provided, and the ways in which clinicians and regulators interact with industry.”

Vi lascio il compito di andarvi a leggere nel dettaglio la lettera e la risposta del BMJ . In generale si potrebbe semplificare tale risposta con “questa è la nostra linea editoriale, se non vi va bene ci sono altri giornali”;  anche se passi controversi (per esempio questo: In general, our aim is to publish studies with more definitive—not exploratory—research questions that are relevant to an international audience and that are most likely to change clinical practice and help doctors make better decisions.) hanno spostato il tema sul piano epistemologico.
Tra le varie risposte rapide, cito solo quella della Greenhalgh, portavoce di questo movimento, perché mi ha fatto sorridere:

“The open letter on which this editorial was based is currently (by a considerable margin) the most highly-accessed paper on the BMJ’s website. It has an Altmetric score of 1118 (putting it in the top 20 papers ever published in the BMJ for social media coverage).
That letter, and this editorial, have so far drawn responses from 120 people in 50 rapid responses; of those 120, a single individual (0.83% of responders to date) considers the BMJ editors’ response to be adequate. The other 99.17% of responders have used words like “naïve”, “epistemologically blinkered”, “incorrect” and showing “a serious lack of academic proficiency”. I am sure someone will be able to confirm that this distribution of responses is statistically significant”

Qual è la differenza tra ricerca qualitativa e quantitativa?

“Sia la teoria della probabilità, sia la teoria dell’argomentazione si occupano di mettere in forma un sapere a partire da informazioni incerte. Tanto la teoria dell’argomentazione quanto la teoria della probabilità offrono una soluzione convincente all’antitesi fra ricerca di una verità assoluta e rinuncia a ogni verità, lo statuto epistemico degli asserti prodotti sarà in un caso probabile, nell’altro verosimile, collocandosi, ciascuno a proprio modo all’interno di quel continuum  ideale i cui estremi definiscono i poli dell’antitesi. Ciascuna cornice teorica dà il meglio di sé in uno specifico contesto, per la ricerca qualitativa a dare il meglio di sé è indubbiamente la teoria dell’argomentazione.”
Mario Cardano, La ricerca qualitativa, Il Mulino 2011

Ora mi risulta un po’ difficile spiegare in poche righe (e l’articolo fin qui è già troppo lungo) quali siano le differenze tra metodo qualitativo e metodo quantitativo. E neppure mi sento di addentrarmi nel merito di una riflessione epistemologica più approfondita.  Mi limito ad aggiungere alcune delle riflessioni emerse da questo dibattito.

I due metodi non sono in conflitto, ma sono complementari, soprattutto in medicina. 

I due metodi non sono in conflitto e non sono uno meglio dell’altro, o uno più “vero dell’altro”, ciascuno ha i suoi punti di forza e i suoi limiti.   La differenza è che metodi quantitativi e qualitativi indagano aspetti diversi della realtà.
Non tutto ciò che è reale è misurabile secondi i metodi della ricerca quantitativa. La ricerca qualitativa si occupa di rilevare stati interni, quali atteggiamenti, credenze, valori, intenzioni e significati.
“Quanti fumatori hanno provato a smettere di fumare?” è una domanda che ha una risposta quantitativa. Ma se mi chiedo perché questi fumatori non sono riusciti a smettere, devo chiedere alle persone, esplorare le loro idee, il loro mondo interiore e forse potrò alla fine rilevare un pattern che mi permette di comprendere meglio questo fenomeno e di procedere con la ricerca.

“Ma i risultati della ricerca qualitativa non sono generalizzabili”, dirà qualcuno. Certo, e neppure vogliono esserlo.
I trial clinici sono generalizzabili perché escludono elementi di contesto (sociali, psicologici, culturali) complessi.
Nella pratica clinica invece ci si trova ad avere a che fare con la complessità: le decisioni del medico non vengono prese solo sulla base dei risultati dei trial clinici, ma devono calare quei risultati in un contesto specifico. Per prendere buone decisioni e permettere che una terapia sia realmente efficace per “quel” paziente, al medico non bastano i numeri. L’efficacia dimostrata di un farmaco non spiega perché i pazienti non mantengono l’aderenza terapeutica, per esempio.
Per questo per indagare in modo “scientifico” questi aspetti servono i metodi della ricerca qualitativa.

E le storie?
“La medicina comincia con un racconto. I pazienti raccontano storie per descrivere la malattia, i dottori raccontano storie per comprenderla. La scienza racconta la propria storia per spiegare le malattie.”
Siddharta Mukherjee, L’imperatore del male

Con quest’ultima citazione – che riprendo dal libro di Sandro Spinsanti La medicina vestita di narrazione – lancio il sasso e nascondo la mano. Lasciando il legame tra la medicina che conta a quella che racconta a un prossimo post.

4 Comments La guerra tra ricerca qualitativa e quantitativa in medicina

  1. Maria Letizia

    Bella la riflessione.
    La qualitativa, ahimè, ha anche essa necessità di numeri per comunicare il risultato delle proprie analisi e quanto incidono o meno sulla ricerca quantitativa!

    La medicina che conta e quella che racconta sono entrambe metafore.

    L’ arte medica è rispetto della Vita e delle conoscenze acquisite ed inconfutabili per aiutare al Vita, indipendentemente dalla latitudine della sorgente del sapere, se il sapere fosse unico ed universale.

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    1. francesca

      Grazie Maria Letizia per il tuo commento. La dimensione etica della cura si colloca sicuramente al di là delle distinzioni tra i saperi.

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