Depressione e social network, tra scienza e narrazione

Usare i social network ci rende depressi. E ansiosi. E narcisisti. E invidiosi. E bugiardi. E insonni. E…continuate voi la lista.
Oppure spulciate i quotidiani alla ricerca di nuovi, inquietanti titoli che descrivono con allarmismo quanto i social network facciano male alla nostra psiche e alla nostra vita.

Per esempio, questo studio dell’Università di Pittsburgh è stato raccontato così: “Perché i social media fanno venire la depressione”; “Facebook e Twitter possono causare la depressione”; “Siete utenti compulsivi di Facebook e Twitter? Potreste essere depressi”.

Lo studio però era molto più onesto di questi titoli  (lo spiega bene Giuliano Castigliego nel suo post su Nòva): uso dei social network e depressione risultano associati – su un campione ampio di giovani adulti americani  – ma non è chiaro che significato abbia questa associazione. Causa-effetto? Quale la causa, quale l’effetto? Un rapporto circolare? Non si sa, si rimanda ad ulteriori indagini.
I titoli semplificano, i titoli devono suscitare emozioni e acchiappare il lettore, si sa.

Ma ho un’altra perplessità: “More than a quarter of the participants were classified as having “high” indicators of depression” . Gli indicatori di depressione in base a cui si classificano le persone. Non sono essi stessi una semplificazione di quel mondo così ricco e complesso che sono le persone (che soffrono di un disagio psichico)? Quel mondo complesso che sono le emozioni umane. Penso alle parole con cui Eugenio Borgna parla della depressione (qui ne L’arcipelago delle emozioni, ma è solo un esempio):

“Certo, depressione è parola (è definizione) che tende a nascondere e a riassorbire differenze e sfumature emozionali, unificandole e omogeneizzandole; ed è invece necessario scomporne e coglierne gli elementi costitutivi…”

E allora, forse, per riequilibrare la necessaria semplificazione di uno strumento di misurazione – senza porre quantità e qualità sul piano dell’antitesi irriducibile – per ridare valore alle sfumature, per comprendere e non solo spiegare un fenomeno complesso, possiamo leggere la storia di una persona che soffre di depressione e che si racconta, guarda un po’, proprio su internet.

Si intitola “Faking happiness on social media helped me cope with depression” e già dal titolo è tutta un’altra storia rispetto ai titoli sulla ricerca dell’università di Pittsburgh. La differenza sta tutta in quel “me”: una storia, non una legge presunta universale. Una storia che però potrebbe portare a nuovi insight e anche a spunti per la ricerca.

L’autrice del racconto non parla solo della sua esperienza con i social media, parla anche di empatia, si interroga sul significato di “autenticità”, di come le  emozioni riscrivono i ricordi, di che cosa sia l’identità e la socialità ai tempi di internet. (Tra l’altro una cosa interessante è che ne parla linkando costantemente a studi scientifici).

Parla della sua esperienza e degli strumenti con cui lei affronta la depressione, ma parla anche di aspetti dell’animo umano che riguardano tutti noi – con o senza indicatori di depressione.

“After all, we’re only able to be as compassionate to ourselves as we are willing to be toward others.
So if, like me, you could be—ahem—mistaken for a boastful image-crafter, let’s forgive ourselves for wanting to appear happy and well-adjusted to our 1,000 closest friends. It’s only human. And in posting moments that look joyful on the outside, we may be able to work toward feeling that joy from within.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *