Pre-adolescenti e allergie: qualcosa sta cambiando?

Negli ultimi tempi ho disertato un po’ questo blog: i crescenti impegni professionali, ma anche la famiglia e la salute mi hanno precipitato nel dramma del work-life balance. Il blog che è lì a metà strada – con la sua natura ibrida tra diario di bordo e spazio di approfondimento dei temi su cui lavoro – ne ha risentito un po’.

Comunque, tra i tanti fatti della vita che mi hanno distolto dalla scrittura, c’è stato anche l’inizio della prima media (non parlo di me).
Giusto ieri stavo origliando la discussione tra due undicenni neo-compagni di classe: “Tu sei allergico o intollerante  a qualcosa?

Mi si è acceso un campanello (oltre all’allarme rosso per la merenda a base di cioccolata e biscotti che avevo preparato senza accertamenti preventivi): com’è che due ragazzini pre-adolescenti fanno amabilmente conversazione su un tema come questo?

L’episodio mi ha fatto partire gli ingranaggi.

Da una parte i ricordi della mia infanzia: essere allergici a qualcosa nella mia infanzia era qualcosa che rendeva inevitabilmente degli sfigati. Chiamiamolo pure stigma, giudizio sociale, ma era qualcosa da passare il più possibile sotto silenzio, di cui vergognarsi.
Mi tornano un paio di film che raccontano i ragazzi di quest’età: i Goonies e It. I protagonisti sono sempre un gruppo di preadolescenti “perdenti”. E ce n’è sempre almeno uno gracilino e armato di spray anti-asma.  L’asma era insieme la causa, l’effetto e il simbolo dell’essere nerd, reietti, looser.

Qual è il significato di un’allergia alimentare per un preadolescente nel 2016?
Nelle parole che ho sentito pronunciare (di fronte alla cioccolata) non c’era segno di pregiudizio, anzi. La domanda  è stata posta più o meno come quando si chiede che sport fai o che squadra tieni. Come se fosse naturale avere un’allergia o, almeno almeno, una piccola intolleranza alimentare. Se non hai un’allergia non sei nessuno!
Identitario. Un segno distintivo. Segni particolari: allergico.
L’altro preadolescente presente alla conversazione, nella carta di identità, preparata per compito qualche mese fa, aveva scritto: segni particolari “molte cicatrici”. Un po’ melodrammatico, certo. Uno si aspetta Rambo e invece posso assicurarvi che tutte le sue ferite di guerra si limitano a qualche caduta dalla bicicletta.

Forse questi millennials sono solo melodrammatici, penso, teatrali. Ma continuo ad arrovellarmi su quale sia il significato dell’allergia alimentare, forse perché non era la prima volta che origliavo dialoghi simili (durante qualche festa di compleannoera emerso il tema).

Non ho dati né conosco ricerche in merito (anzi se avete letture da consigliarmi, fatelo nei commenti), quindi tutto quello che scrivo appartiene all’ordine delle domande e dei dubbi, più che a quello delle analisi e interpretazioni.

Quanto sono diffuse le allergie alimentari tra i ragazzi, c’è un trend di crescita?
La domanda parte sempre dalla mia – statisticamente ininfluente – esperienza personale: non ricordo di compagni di classe con allergie particolari, così come non c’erano bambini dislessici (almeno non definiti come tali). Mancavano gli strumenti diagnostici, la terminologia o la volontà diagnostica?

Una cosa che mi colpisce è che si tratta di una patologia che riguarda l’alimentazione, che necessita di cure aggiuntive nella quotidianità, di maggiori attenzioni proprio in una sfera così carica di significati.
Che cos’è una malattia? Qualcosa che mi garantisce attenzione, affetto e visibilità?
O è qualcosa di cui vergognarsi? Perché mi rende bisognoso di maggiore attenzione e affetto (quindi meno autonomo), visibile (quindi esposto)? Qualcosa che mi rende diverso. Diverso o speciale?

Banalizzo: un bambino che tutti i lunedì mattina ha il mal di pancia, potrebbe soffrire di una brutta forma di somatizzazione da stress oppure prendersi un calcio nel sedere e andare a scuola, liquidato con un rimbrotto.
Stesso sintomo, narrazioni (costruzioni di significato) diverse da parte degli adulti, quali le narrazioni nella comunità dei pari?  Come vengono ri-lette dai ragazzi le malattie conosciute tramite il racconto  degli adulti?

E quando la malattia – non l’allergia allo zafferano, le sbucciature di ginocchia o le proiezioni ansiogene dei genitori – è davvero presente, magari in classe? Cosa succede quando nel gruppo dei pari c’è, per esempio, un bambino con diabete insulinodipendente? Come l’esperienza diretta cambia la loro percezione della malattia? E della diversità: da uno spray anti-asma al microinfusore per l’insulina.

Grazie a tutti quelli che vorranno segnalarmi letture (o film) per approfondire il tema e parlarne anche con l’undicenne di casa 🙂

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