Diabete gestazionale: che storia ci raccontiamo?

Abbiamo un problema di comunicazione.  Un problema di comunicazione tra il mondo della “Scienza” e quello della “Gente comune”. Ma anche tra ricercatori e medici; tra divulgatori e scienziati, e così via…  Sempre più viviamo in bolle che non comunicano tra loro. Ciascun gruppo costruisce la sua bolla su una narrazione, una storia che dà un significato al mondo, che stabilisce delle regole per gestire l’ incertezza della realtà e placare l’ansia, e ai singoli offre un ruolo sociale.  Quando però le bolle si incontrano non riescono a parlarsi. E se si parlano, pare non siamo capaci che di urlare. Nessuno apre la propria storia alla possibilità di un cambiamento, che può venire solo dall’esterno. Invece, ci si polarizza, si alzano le barricate (con l’aiuto del confirmation bias) per difendere la propria storia, il proprio mondo, la propria identità, le proprie certezze.

Lo vediamo tutti i giorni e sempre di più grazie anche ai social network: vaccinazioni, omeopatia, e fake news… Il fenomeno è sempre più noto e studiato. Resta un problema: che fare?
Non so quale sia la soluzione (alcune proposte interessanti in questo articolo), qualcuno ci sta lavorando, ma prima ancora di cercare soluzioni,  mi sorge un dubbio: perché vogliamo fare qualcosa? Chi sono io per arrogarmi il diritto di cambiare gli altri? Qual è la narrazione che ci spinge a voler fare qualcosa per cambiare questa situazione. E così sprofondo nella ricorsività…

Mentre non riesco a rispondere ai miei dubbi, però devo continuare a scrivere, camminando sulle uova essendo il contesto della salute così delicato e sensibile.
Per la redazione di Diabete.net ho scovato uno studio interessante che cerca di portare allo scoperto le narrazioni di due bolle differenti: quella dei ricercatori e quella delle mamme-blogger.
Prendere coscienza delle narrazioni di cui siamo portatori, con un po’ di disincanto, potrebbe essere un punto di partenza per capire almeno quali sono i nostri driver.

Diabete gestazionale: narrazioni a confronto

Come si costruisce la relazione medico-paziente se medico e paziente raccontano due storie diverse?

Spesso (anche se non sempre!) il medico si presenta come portavoce dell’oggettività scientifica, la sua opinione non è frutto di una narrazione, ovvero di una costruzione di senso dei fatti, di un punto di vista soggettivo all’interno del quale i fatti sono collocati. Bene, già questa idea di oggettività della scienza è una narrazione.

Il paziente a sua volta è portatore di una sua narrazione della malattia, che non sempre coincide con quella del medico. E in queste due narrazioni ciascuno pone l’altro, come personaggio. E allora il medico può essere un salvatore, un aiutante, un co-protagonista, ma può essere anche un nemico. E il medico che ruolo si dà? Si riconosce nella narrazione del paziente o c’è disaccordo?

Una cosa è certa: senza una narrazione condivisa non può esserci un rapporto di fiducia.

Nel caso di una patologia come il diabete, così complessa, sfuggente, costruire una relazione medico-pazientefunzionale e soddisfacente per entrambi è necessario all’efficacia stessa del percorso di cura.

Ma se il medico pensa che il paziente sia il suo nemico? Se pensa che non segua le sue prescrizioni solo per fargli dispetto? E se il paziente pensa che il medico non sia in grado di cogliere i suoi bisogni? Se pensa che sia un fastidioso incompetente?

La fiducia si rompe.

Come conciliare narrazioni diverse? Il primo passo deve essere necessariamente quello della consapevolezza, della presa di coscienza della narrazione di cui siamo portatori. In questo la Medicina Narrativa può venirci in aiuto.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Bioethical Inquiry si propone di analizzare e di confrontare le narrazioni dei pazienti e dei ricercatori rispetto al dibattito scientifico sulla diagnosi di diabete gestazionale. Perché proprio questo tipo di diabete? Perché sul diabete gestazionale non c’è un consenso nella comunità scientifica e all’oggettività dei fatti, dei numeri, si accompagna ancora una certa dose di incertezza.

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