La verità in un piatto di cipolle

Un quadro può raccontare una storia? Direi che non è difficile da dimostrare.

Potete provare a fare un esperimento. Guardate il quadro qui sopra, prendete una penna o il pc e provate a scrivere la storia che racconta. Così, di getto, senza andare a prendere manuali di storia dell’arte, senza consultare Wikipedia, solo osservando attentamente, ricostruendo dagli indizi e immaginando.

Ma poi provate a fare anche un altro esperimento: guardate ancora il quadro e provate a raccontare la vostra storia in relazione a questo quadro. Potete cominciare con una frase come “Questo quadro mi ricorda…” oppure “Guardando questo quadro, io”.

Fatto?

Ora prendete abbondante colla vinilica… no, scherzo non mi sto trasformando in Giovanni Muciaccia e non è mia intenzione ricreare una puntata di Art Attack. Fidatevi, alla fine capirete cosa c’entra tutto questo con la medicina.

Vi chiedo solo un ultimo sforzo: quello di leggere la storia che di questo quadro racconta il curatore della mostra. Ve l’ho fotografata abusivamente alla mostra, rischiando di essere malmenata dal personale (potete però rimediare al mio delitto, andando a comprare il catalogo della mostra Van Gogh. tra il grano e il cielo a cura di Marco Goldin).

citazione da Marco Goldin, Van Gogh Tra il grano e il cielo

Allora? Era vera la storia che avete raccontato all’inizio? Oppure è la storia raccontata dal critico d’arte a essere vera? Qual era la vera storia che Van Gogh voleva raccontare con questo quadro?

E infine c’è la vostra storia, quella che avete scritto ispirandovi al quadro: è forse questa la vera storia? La storia del vostro rapporto con questo quadro e con il suo autore?

La verità che ci racconta il critico d’arte potrebbe avere un maggior grado di verosimiglianza, fa riferimento anche ad altre fonti che forse noi non conoscevamo, come le lettere scritte da Van Gogh.Ma la sua interpretazione è davvero oggettiva? Frasi come “La candela è sicuramente un simbolo” non sono poi così sicure. Forse Van Gogh non attribuiva nessun significato simbolico alla candela, semplicemente ce l’aveva sotto agli occhi.

Qual è la verità oggettiva e scientificamente dimostrabile di questo quadro? Che si tratta di un dipinto ad olio, che la composizione chimica dei colori è così e cosà; che la tela è composta così e cosà. Nemmeno l’attribuzione dell’autore è indubitabile, è una verità storica ricostruita attraverso indizi e testimonianze (ancora narrazioni) che potrebbero anche essere falsi o falsamente interpretate.

Ma che cos’è la verità di un’opera d’arte?

Cosa c’entra l’interpretazione di un quadro con la medicina?

Secondo me, c’entra un bel po’.

Di che tipo di verità si occupa la medicina? La verità del malato o la verità della malattia?

La malattia è non solo un fenomeno biologico, ma anche un fenomeno psichico, sociale e spirituale. Proprio come un quadro non è solo tela e colori.

Se limitiamo l’area di pertinenza della medicina alla malattia come fenomeno biologico, possiamo spiegare la malattia, perfino individuarne le cause. Allo stesso modo con adeguate indagini di laboratorio possiamo ricostruire la composizione chimica dei colori usati da Van Gogh.

Ma se è in gioco la verità del malato, ovvero la malattia come vissuto (illness) e come costrutto sociale (sickness), allora dobbiamo fare un passo in più, passare dallo spiegare al comprendere.

La verità anzitutto è che ti fa male la testa, ti fa talmente male che pavidamente pensi alla morte. Non solo non sei in grado di parlare con me, ma ti è perfino difficile guardarmi. E adesso sono involontariamente il tuo torturatore, il che mi amareggia. Non riesci neppure a pensare e sogni solo che venga il tuo cane, l’unico essere, evidentemente, al quale sei affezionato. Ma il tuo tormento cesserà subito, la testa non ti farà male»
M. Bulgakov, Il maestro e Margherita, Garzanti, 1976

Un quadro è anche costruzione di significato e interpretazione di significato.
Torno ancora una volta alla dimensione relazionale che esiste nella narrazione: non c’è racconto che non presupponga qualcuno che ascolti (se non altro in un movimento autoriflessivo). Il significato di Van Gogh e il significato di chi legge oggi quel quadro interagiscono: un significato nuovo emerge dalla co-costruzione.

La verità di un quadro forse sta in questa dimensione relazionale, in cui ciascuno dei due soggetti entra con il suo mondo personale, con il suo vissuto, le sue conoscenze il suo sistema di valori.

Lo stesso nella relazione medico-paziente.

Spostiamoci quindi dalla verità sulla malattia alla verità della cura. La verità come co-costruzione di senso, come qualcosa che emerge dalla relazione, dal dialogo e dalla condivisione.
Torniamo alla storia che avete scritto all’inizio, la prima, simile a un processo di anamnesi-diagnosi.

La storia scritta dal critico: uno sguardo sul quadro diverso, perché filtrato da maggiori conoscenze e competenze. Una spiegazione più verosimile della storia del quadro. Così il medico, in virtù del suo sapere e delle sue esperienze, e di una lunga relazione e conoscenza del paziente ha uno sguardo esperto e più elementi per arrivare a una diagnosi.

La seconda storia è la risonanza del vostro mondo interiore suscitato dal quadro: chissà come l’avrebbe scritta il curatore.

Stare nell’incertezza a fianco alle persone

Siamo partiti da un quadro e siamo finiti a domandarci che cos’è la verità. Dall’arte alla filosofia, per parlare di medicina. Cosa è successo? Siamo fuori tema?

L’arte e la filosofia insegnano a interrogarci e anche a stare nell’ambiguità, nell’incertezza, nell’assenza di risposte definitive. La medicina per quanto dotata di strumenti sempre più precisi ed efficaci continua ad avere a che fare con il nostro non sapere.

Facciamo pace con la nostra ansia di controllo e con la possibilità di sbagliare. Ippocrate lo sapeva e lo insegnava.

L’arte e la filosofia poi ci insegnano ad avere a che fare con l’umano, con la persona come soggetto e non come oggetto biologico. Il curante (che è anche lui una persona, sia ben inteso) può costruire una relazione con le persone di cui si prende cura, come il curatore della mostra (interessante che si usi proprio la stessa parola) con l’artista e con i visitatori.

Sedersi a un tavolo davanti a un piatto di cipolle, con Van Gogh è un modo della cura.

Per quanto mi riguarda è certo che non avrei scelto proprio la follia – se si fosse trattato di scegliere -, ma quando si ha un disturbo del genere non lo si può prendere una seconda volta. Però ci sarà forse la consolazione di poter continuare a dipingere almeno un po’.

Vincent Van Gogh, lettera al fratello Thèo, 21 aprile 1889

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