Giornalismo di salute: ho bisogno di tempo

Questa mattina ho visto che sul mio feed Facebook circolava un articolo sulla relazione medico-paziente. La mia bolla di contatti è ricca di persone che, come me, hanno a cuore questo tema, quindi fin qui nulla di strano. L’articolo, pubblicato su LaStampa.it, titolava “In Italia visite lampo dal medico di base: 9 minuti per paziente“, sottotitolo “L’Università di Cambridge stila la classifica mondiale. In Svezia più del doppio, nel Bangladesh solo 48 secondi”.
Non clicco, ma salvo il link, perché in teoria questa mattina avevo pianificato di lavorare senza distrazioni a un progetto (era meglio non aprire Facebook, maledizione!). Poi però mi cade l’occhio su un commento all’articolo, che recita “Non mi pare ci sia l’Italia in quello studio”.
All’improvviso mi ricordo che lo studio, che è alla base del pezzo, ce l’ho sul desktop, salvato nei giorni scorsi nella cartella “da leggere”. Controllo. Effettivamente la revisione sistematica pubblicata dal British Medical Journal (International variations in primary care physician consultation time: a systematic review of 67 countries ) non include studi sull’Italia.

Prevenuta, immediatamente penso: “i soliti giornalisti approssimativi”. Vado a leggere l’articolo della Stampa: devo correggere la mia opinione. Il giornalista, nell’articolo, esplicita il fatto che l’Italia non è presente nella pubblicazione e cita, per il nostro Paese,  i dati di uno studio della Società Italiana di Medicina Interna. L’articolo prosegue poi con altre considerazioni,  tutte supportate da numeri e riferimenti a studi scientifici, relative all’empatia, ai benefici dell’ascolto sugli outcome clinici e chiude con una nota curiosa relativo a uno studio sul dress code.

Se posso considerarmi scontenta del titolo (acchiappa-click), tutto sommato l’articolo rispetta la mia aspettativa: quella di chi ha a cuore una relazione medico-paziente fondata sull’ascolto e l’empatia. Tuttavia, non ce la faccio a condividere l’entusiasmo dei miei amici e a ri-postare l’articolo.
Questo articolo proprio non mi soddisfa: la sensazione è quella di un patchwork di studi scientifici, senza, per altro,  riferimenti bibliografici precisi che mi permetterebbero di verificarne la qualità e di contestualizzare i numeri estrapolati.

Per esempio quell’informazione sul medico che interrompe il paziente (“in quei nove minuti totali già dopo 20 secondi il racconto del paziente viene interrotto dalle domande del dottore”) è un tormentone di tutti i corsi sulla comunicazione medico-paziente. Tutte le volte che ho cercato di capire a quale studio si riferisse non ne ho trovato uno, ne ho trovati un sacco, più o meno recenti, svolti in diversi paesi, con specialisti diversi e tante revisioni sistematiche (a proposito, le revisioni sistematiche non sono “classifiche”). Alcune le ho salvate, lì nella solita cartella “da leggere”, ma ammetto non ho ancora avuto il tempo di leggerle. Però, si capisce dall’articolo che il giornalista ne cita uno specifico di studio, uno in cui si fa riferimento anche allo sguardo al monitor: perché non me lo hai linkato? Mi sarebbe stato davvero utile…

La frustrazione di chi scrive

Lo so sono una lettrice rompiballe (e probabilmente affetta da una Sindrome di Procrastinazione del Lunedì Mattina). Non è mia intenzione criticare il lavoro del giornalista e ammetto di aver scritto anche io degli articoli simili. Funziona così: devi scrivere. Devi scrivere in fretta. Ti è arrivata la notifica di questo nuovo studio del BMJ, forse ti hanno ingiunto di scrivere un pezzo su questo studio perché l’argomento piace, lo dicono i numeri, gli analytics, il tuo capo, la gente. Tu lo leggi e ti accorgi che l’Italia non c’è! Allora come le riempi queste 4000 battute, scritte in ottica SEO, entro questa sera? Cerchiamo che dati ci sono sull’Italia. E così, sempre in velocità, ti arrangi con il collage di studi che ci raccontano come sarebbe bello se il nostro medico avesse il tempo di ascoltarci davvero. Poi qualcuno ci mette il titolo e l’articolo va online.

Che bello sarebbe se il medico avesse il tempo di ascoltarci davvero.
Che bello sarebbe se avessimo il tempo di scrivere davvero.
Che bello sarebbe se avessimo il tempo di leggere davvero.

Non è bello non avere tempo, è frustrante.

Settimana scorsa ne parlavo con un’amica giornalista e le ho chiesto quanto generalmente sono retribuiti gli articoli per il web. Non ve lo scrivo perché mi sono sentita in imbarazzo. Io non sono giornalista professionista, ma scrivo per il web (e questo ai giornalisti non piace, perché ritengono che i blogger siano la causa del deprezzamento del loro lavoro, altra cosa che mi fa sentire in imbarazzo).

Lo voglio ripetere: anche io ho scritto dei post di cui non vado fiera (a dire il vero non vado fiera di quasi nulla di quello che scrivo). L’ho fatto per ingenuità, superficialità, fretta e a volte anche per cinismo (“tanto chi legge non capisce niente”). Oggi però mi rifiuto di scrivere per chi mi chiede articoli di bassa qualità o mi paga talmente poco da non poter garantire il tempo-lavoro necessario a scrivere articoli di qualità. A dire il vero, oggi scrivo sempre meno, perché per fortuna di mestiere non faccio il giornalista (e qui è dove mi ricordo delle tab aperte, con il lavoro in sospeso, ma tanto ormai il lunedì mattina è andato).

Scrivo meno, ma ahimé, continuo a leggere troppo.

Cosa mi piace(rebbe) leggere

Così questa mattina, oltre all’articolo de La Stampa, mi è capitato sotto gli occhi anche un articolo dell’Atlantic – Doctors Tell All—and It’s Bad – che trattava dello stesso argomento, la relazione medico-paziente. Nonostante sia un articolo molto lungo, per di più in inglese, questo è il tipo di articolo che mi piace leggere e che mi piacerebbe saper scrivere (Mento. Sinceramente, quello che mi piacerebbe davvero saper scrivere, in questa fase della vita, è un racconto alla Cortàzar).

Le differenze tra i due articoli sono evidenti, per molti aspetti non possono davvero essere messi a confronto (non è una news, diverso il pubblico, il taglio, gli obiettivi, la testata… non sto a fare l’elenco dettagliato). Non voglio fare una classifica, cerco solo di capire quello che mi è piaciuto.

Mi piace che l’articolo cominci con una storia di malattia vissuta in prima persona, narra un’esperienza personale che non necessita di numeri per essere reputata “vera”. Prosegue poi descrivendo un fenomeno socio-culturale (la relazione medico-paziente) come è espresso da una serie di pubblicazioni recenti (l’articolo è del 2014). Libri, non pubblicazioni scientifiche, scritte da medici. Libri che vorrei aver letto: ne conosco solo un paio tra quelli citati (Gawande, Ofri, Sweet) e mi sono appuntata gli altri.

Mi piace che l’articolo esprima un’opinione, un punto di vista, un’interpretazione della realtà sulla base dell’esperienza e delle conoscenze dell’autrice. Un’opinione è opinabile per definizione, ma ha il pregio di esporsi, non si spaccia per “fatto” nascondendosi dietro a numeri decontestualizzati.

Mi piace che l’autrice espliciti qual è il motivo per cui sta scrivendo (“but this essay isn’t about how I was right and my doctors were wrong. It’s about why it has become so difficult for so many doctors and patients to communicate with each other“).

Un’opinione mi costringe a farmi delle domande, domande che coinvolgono la mia esperienza e il mio  punto di vista. Una narrazione mi porta dentro alla concretezza del problema, non mi permette di scivolare velocemente sulla notizia e passare ad altro. Mi costringe a fermarmi.

Mi costringe a prendere tempo.

 

 

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