Dal sottosuolo

E del resto: di che può parlare un uomo perbene con il maggior piacere?
Risposta: di sé.
E dunque anch’io parlerò di me.
F. Dostoevskij Memorie del sottosuolo

Sono rientrata da due giornate di formazione sulla Medicina Narrativa che ho tenuto in Sicilia settimana scorsa. Ho mal di testa e scrivo in una specie di deliquio da insonnia e influenza; con poca coerenza e scarsa strutturazione, ma voglio raccontarvi questa esperienza, che continua a chiedermi di prendere forma.

(avete notato quanto abuso faccio delle avversative. Sempre intrinsecamente polemica. Ma forse è solo la febbre)

Un ‘esperienza rivitalizzante, che mi ha fatto assaporare la potenza della letteratura. A dire il vero dopo la prima lezione, un’introduzione ai concetti base della medicina narrativa, mi sono sentita davvero poco efficace. Nonostante avessi preparato delle magnifiche slide, mi sono sentita distante e fuori posto (nulla di nuovo, è un mio marco di fabbrica). Distante dall’uditorio composto da medici e infermieri. Distante dagli altri docenti, così brillanti e così profondamente calati nella pratica clinica, nella concretezza della cura. Distante nel mio mondo fatto di concetti astratti, che parlano di storie ma che non sono storie.

Per la seconda lezione avevo preparato un laboratorio, il tema era quello già affrontato in un post su questo blog: a partire dall’osservazione attenta di un dipinto di Van Gogh, l’obiettivo era quello di suscitare riflessioni su che cos’è la verità di una narrazione, sulle diverse interpretazioni e letture che nascono dall’interazione tra chi parla e chi ascolta, sui punti di vista di cui siamo portatori come professionisti e come individui.

All’ultimo minuto, ho deciso però di invertire la rotta: mi era sembrato di captare nel gruppo un bisogno di esprimersi, di raccontare e di confrontarsi sulla propria esperienza.
Le mie slide rispondevano a un mio bisogno, al mio modo di frugare la realtà sempre alla ricerca di un sapere. La ricerca della verità  non era il tema giusto per quel gruppo, in quel momento, ma qualcosa che appagava il mio piacere intellettuale. Stavo parlando di me, della mia bella trovata.  Ero davvero distante.

Dov’erano loro? Le persone che erano lì di fronte a me,  desiderose di capire in che modo la medicina narrativa poteva essere utile, quali strumenti poteva offrire loro nella pratica di cura, nella relazione con il paziente e nella collaborazione con i colleghi. Arrabbiate, anche, o frustrate e sconfortate per le difficoltà di mettere in pratica quei principi condivisi nella realtà. Alcuni di loro hanno coniato il termine “cardiopazzia” per indicare la follia collettiva che regna nel loro reparto, una cardiologia appunto, dove sarebbe necessaria una cura, nei termini di attenzione e di supporto,  per gli operatori oltre che per i pazienti. I bisogni emotivi e psicologici cercano di trovare un luogo e un tempo di condivisione in queste poche ore di formazione.

Sull’aereo, il giorno prima  stavo leggendo il nuovo libro curato da Rita Charon e dal team della Columbia University, The Principles and Practice of Narrative Medicine. In uno dei primi capitoli viene esposta la metodologia del close reading , utilizzando Le memorie del sottosuolo di Dostoevskij.
Avevo nel mio kindle il libro completo. Avevo chiaro in mente quando l’avevo letto la prima volta, l’effetto che mi aveva fatto. E tutto lo spazio che Dostoevskji aveva impegnato nella mia vita di lettrice.

La mattina, distribuisco le fotocopie del primo capitolo. Chiedo a tutti di leggere con attenzione e in silenzio il testo, sottolineando, se lo ritengono utile, alcuni passaggi. Poi con l’ausilio di un volontario, lo leggiamo insieme a voce alta.

Esplorare il sottosuolo
A questo punto, chiedo semplicemente: che effetto vi fa?
– Confusione, contraddizione, è una persona angosciata, non sa nominare le emozioni,  è depresso, il paradosso del mentitore…
– Si ma a voi, che effetto fa leggere questo testo? Insomma vi è piaciuto o no? Avete fatto fatica ad arrivare in fondo? Andreste avanti nella lettura o ne avete abbastanza?
Le domande semplici sono quelle che non ci poniamo quasi mai. Ci hanno insegnato che sono puerili, ma non lo sono affatto.

Misurare la mia distanza.

– Io la prima volta che ho letto questo libro,  era per un compito, al liceo, e credo di non essere riuscita ad arrivare in fondo. Mi aveva irritato profondamente, volevo gettarlo via, lontano da me quel personaggio odioso. Le mie emozioni, forti, le mie reazioni, impulsive.

– Io invece sono curiosa, si vede che soffre, vorrei vedere come prosegue il suo racconto.
E se il baricentro fosse un altro? Se fosse l’altro?

Frenare il tentativo di una diagnosi del personaggio

Già un racconto che esordisce “Io sono un uomo malato” rende arduo il compito, soprattutto a un gruppo di professionisti della cura. Passare di livello, da quello che è rappresentato a quello che la rappresentazione produce in noi e poi ancora un passaggio: come fa a produrre in noi quel cambiamento. Quali sono le parole che ci agganciano? Come agisce la forma?

La lettura attenta ti pone nel movimento dell’attenzione. Leggi e ti fai trasportare nel mondo rappresentato nella narrazione. Sei lì. Tu e il testo. Io che scrivo e tu che leggi.  Io che leggo e tu scrivi. Vivi le parole, reagisci, ci instauri una relazione.

In queste settimane sto leggendo Rayuela di Cortazar.  Lo amo, ma la notte non mi fa dormire. Muove qualcosa di profondo in me, un senso di inquietudine che in parte comprendo, in parte non riesco ad identificare. Ma, insomma, ha un effetto sul mio sonno, sui miei sogni, sul mio umore. La letteratura, quella grande, quella bella, entra nella vita, è uno scambio costante con la vita.

E allora l’uomo del sottosuolo ci tiene costantemente agganciati, vuole relazionarsi con noi, ma secondo le regole che lui stesso detta e che a sua volta lo rivelano. Ci costringe a una relazione che magari non vorremmo, non così.

– Come ve lo siete immaginato? E’ brutto o bello?
– Vi ricorda qualcuno che conoscete o che avete conosciuto? Avete mai avuto un paziente così?
Non dobbiamo psicanalizzarlo, c’è chi lo ha fatto, non è quello che ci interessa ora.
Ci ritrovate qualcosa di voi? Ma non siamo qui per rintracciare proiezioni e identificazioni con il personaggio. Torniamo al testo. Quali sono le parole che avete sottolineato? Quali le parole o le frasi che risuonano con voi, con la vostra esperienza?

Evocare, suscitare, far emergere, illuminare
Alcuni spavaldi continuano a proporre le loro riflessioni sul personaggio, teorie, sul racconto, su cosa fare e cosa non fare. Ma qualcuno timidamente parla anche di sé. Emergono i primi racconti, le esperienze personali e quelle riflessioni che ci coinvolgono intimamente. Crocus che spuntano nella neve. La radura, uno spazio sicuro, un terreno comune. Questo cerco di costruire intorno al gruppo, per facilitare … cosa? Il movimento, che qualcosa si muova, che abbia spazio per farlo.

A questo punto chiedo loro di scrivere, di scrivere di un’esperienza con un paziente difficile, di una relazione di cura in cui si sono sentiti a disagio, frustrati in difficoltà.
Purtroppo il tempo è tiranno e dobbiamo fermarci a questa parte dell’esercitazione.  Non c’è stata occasione questa volta per lavorare in gruppo sui racconti scritti. Avrei voluto leggere di nuovo, ritornare a volgere attenzione e a condividere in gruppi questa seconda parte dell’esperienza, perché la lettura pone domande e suscita risposte. E le risposte una volta lette pongono ancora altre domande.

Ogni parola è sempre già risposta (prima) e già nuova domanda (dopo). Le parole sono sempre dentro a un dialogo.

Cosa ho imparato.
Credo di aver capito meglio i 3 movimenti della Medicina Narrativa. Attenzione: ascolto, risuono, comprendo, interpreto. Rappresentazione: dare forma, attraverso la scrittura a quanto ho compreso, letto, interpretato, a ciò che è avvenuto. Costruisco i primi mattoncini della relazione, con il testo, con l’altro. Affiliazione: il legame che si crea in virtù di questa relazione. Il valore etico della relazione (non mi convince completamente il termine affiliazione, a dire il vero, ma fidiamoci di Rita Charon).

Ma soprattutto il potere della letteratura come dispositivo che svela e muove dinamiche relazionali. Una scossa che non è solo mia, non è solo nelle mie notti insonni e cariche di inquietudine per colpa di Cortazar, ma che è lì pronta a colpire chi vi dedica attenzione.

La letteratura, quella grande, quella bella, è sempre di più, è sempre oltre. Oltre le teorie letterarie, oltre le spiegazioni, oltre le parole scritte, oltre le parole dette. Da qualche parte che non è nessuna parte. Forse negli spazi vuoti tra le parole. E noi siamo lì a cercare quell’oltre, quell’altro, perché è lì… si sente il profumo!

È bastato portare l’attenzione sull’incipit di un romanzo per offrire la possibilità di evocare quelle esperienze che ribollivano nel gruppo. Nel sottosuolo.

Ogni volta che leggo un libro – ma mi è successo lo stesso anche con la fruizione di opere d’arte, per esempio a Villa Panza con l’installazione di Robert Wilson – ora lo leggo anche in modo diverso. Mi interrogo su cosa mi muove e cosa potrebbe muovere quell’esperienza nel gruppo di operatori della cura. Ripercorro la mia memoria letteraria e scopro che tutto quel tempo che ho trascorso chiusa nella biblioteca è un patrimonio ricchissimo che ora si vivifica, illumina e si illumina, nell’aula.
C’è sempre un filo conduttore, un terreno comune tra vita e letteratura. L’uomo, l’umano.

Da bambina ero quella che se ne stava in disparte a leggere. Ma non sono poi così distante. Sono qui, insieme agli altri. La cura come parte essenziale della vita dell’uomo non mi è distante, è qualcosa che conosco bene, anche se non nella pratica clinica. Comincio a conoscerla anche nell’aula, durante un workshop.

Il dono
Al termine dell’esercitazione, una delle partecipanti ha voluto farmi leggere quello che aveva scritto.  Gratitudine per quello sguardo e quel sorriso mentre mi porge il suo foglio. Le sue parole che mi muovono, sono un dono per me anche se non sono per me. Sono per qualcuno che non le ascolterebbe. Parole ineffabili o forse inaudibili, che prendono forma in un’aula grigia, su un pezzo di carta, su un foglio di bloc-notes a quadretti, dove si allargano con una scrittura aggraziata. Parole che meritano Cura. Le restituisco il suo foglio, con rispetto, reverenza, delicatezza. Qualcosa di prezioso, una gioia anche se costituita di atomi di sofferenza e di dolore. Grazie.


Note per il futuro.

La potenza della letteratura è incommensurabile. Ma non dimenticare la potenza di una cena conviviale accompagnata da calici di buon vino, scambio di ricette, innocenti pettegolezzi  e foto di famiglia. La radura, ma anche il picnic.


Titoli di coda: queste le mie modestamente bellissime (e forse inutili) slide sulla Medicina Narrativa

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